Monsignor Giuseppe Filippi Vescovo di Kotido (Uganda) in visita al Cristo pensante

personaggi — scritto da il 30 luglio 2013

Sono le sette del mattino del 29 luglio, quando iniziamo il cammino da Passo Rolle verso il Castellazzo. Con me anche il vescovo di Cotido (Uganda) Monsignor Giuseppe FILIPPI, gli amici Mariolina, Lorenzo, Sandra Francesco, Deborah e Marco Zanon. Ma presto ci raggiungerà anche Padre Giacomo Massa, genovese ma residente a Paneveggio durante l’estate.

Il nuovissimo sentiero che porta sulla cima, che scorre  tra un incantato giardino naturale, quale è Passo Rolle in questi giorni di fine luglio, ci facilita la salita. Il sole fa capolino tra le minacciose nuvole e alle volte sembra anche vincerle,  contro le previsioni di tutti i meteorologi. Il forte vento che ci aspetta sulla cima spazza via  nuvole e il sole illumina di nuovo la  vetta. Salendo Monsignor Filippi mi racconta un po’ della sua vita, con la sua vocazione giunta tardiva ma che lo ha portato subito in periferia, dove la gente ha bisogno di vero aiuto e preghiera. Io, gli racconto la storia del Cristo pensante e in un attimo siamo sulla cima, con le uniche pause per fotografare le splendide negritelle e le timide ma forti stelle alpine che proprio in questi giorni iniziano a fiorire sul Castellazzo.

Sulla cima, la squadra di lavoro del parco Naturale di Paneveggio, sta ultimando l’ultimo tratto di sentiero, riportandolo agli splendori di come lo avevano costruito i soldati durante la Grande Guerra. Una piccola ruspa sta ripulendo lo stretto passaggio che porta al Cristo pensante. Monsignor Filippi, dopo aver sentito il mio racconto sul Cristo pensante e vedendo come è stato rimesso a posto il sentiero con tutti questi interventi mi dice: “Le cose che superano gli ostacoli sono vere, mentre quelle che non li superano sono false, le prime vengono dall’Alto”. Arrivati al Cristo pensante, dopo pochi attimi ci raggiunge, con un passo da far invidia ad un giovane, anche Padre Giacomo, che  con i suoi 84 anni, ci lascia senza parole per la sua vitalità.

“Vedi Pino” mi dice Monsignor Filippi, “la Fede vera deve essere pensante, come ribadito anche da Papa Ratzinger, è il pensiero razionale che dura nel tempo”.

Padre Giacomo dal suo zaino di sapienza ed esperienza, guardando il Cristo pensante, mi cita invece una bellissima poesia di Giuseppe Ungaretti, che di seguito pubblico per intero, ma che a un tratto dice: “”Cristo, pensoso palpito, perchè la Tua bontà s’è tanto allontanata?”

Nei pressi del Cristo, Monsignor Filippi e Padre Giacomo si apprestano a prepararsi per celebrare la Messa, ma si accorgono che manca il vino e quindi propongono di celebrarla a Paneveggio. Io mi ricordo degli operari che stanno preparando i nuovi sentieri e corro a valle verso di loro per chiedere se avevano del vino. Uno di loro lo estrae dallo zaino e così con soddisfazione lo consegno a Padre Giacomo che mi dice: ” il Signore vede e provvede”, proprio un bell’aneddoto, una coincidenza che come tante altre fa sempre pensare.

Una messa per pochi vista l’ora del mattino, ma con qualche turista che mattutino, ne approfitta per aggregarsi a noi.  D’un tratto, un piccolo uccellino si posa tra il calice e le ostie benedette e li vi rimane per qualche minuto, tra lo stupore e l’ammirazione dei presenti. Le nuvole lasciano il posto al sole per l’eucaristia e la messa si conclude con un canto per la Madonna.

La foto di gruppo precede uno scambio di stretta di mani fra i presenti, ringraziamento vicendevole per questa bellissima mattinata e soprattutto per ringraziare e salutare Monsignor Giuseppe Filippi, che domani tornerà in Uganda per proseguire la sua missione di evangelizzazione.

Io e Marco, rimaniamo sulla cima per dare una mano agli operai del Parco a sistemare con delle pietre a secco, la zona dove è situato il Cristo pensante. Come giornalmente accade,  incominciano ad arrivare a decine i turisti, attratti da questa piccola cima che da quando è arrivato il Cristo pensante è diventata una metà di riferimento per tutti.

 

 

MIO FIUME ANCHE TU – di Giuseppe Ungaretti

Mio fiume anche tu, Tevere fatale,
Ora che notte già turbata scorre;
Ora che persistente

E come a stento erotto dalla pietra
Un gemito d’agnelli si propaga
Smarrito per le strade esterrefatte;
Che di male l’attesa senza requie,
Il peggiore dei mali,
Che l’attesa di male imprevedibile
Intralcia animo e passi;
Che singhiozzi infiniti, a lungo rantoli
Agghiacciano le case tane incerte;
Ora che scorre notte già straziata,
Che ogni attimo spariscono di schianto
O temono l’offesa tanti segni
Giunti, quasi divine forme, a splendere
Per ascensione di millenni umani;
Ora che già sconvolta scorre notte,
E quanto un uomo può patire imparo;
Ora ora, mentre schiavo
Il mondo d’abissale pena soffoca;

Ora che insopportabile il tormento
Si sfrena tra i fratelli in ira a morte;
Ora che osano dire
Le mie blasfeme labbra:
“Cristo, pensoso palpito,
Perchè la Tua bontà
S’è tanto allontanata?”

Ora che pecorelle cogli agnelli
Si sbandano stupite e, per le strade
Che già furono urbane, si desolano;
Ora che prova un popolo
Dopo gli strappi dell’emigrazione,
La stolta iniquità
Delle deportazioni;
Ora che nelle fosse
Con fantasia ritorta
E mani spudorate
Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco,
E geme anche nel cuore più indurito;
Ora che sono vani gli altri gridi;
Vedo ora chiaro nella notte triste.

Vedo ora nella notte triste, imparo,
So che l’inferno s’apre sulla terra

 

 

 


Tags: , , , , ,

    2 Commenti

  • Lorenzo e Mariolina scrive:

    Grazie Pino! Un’esperienza bellissima, e quella S.Messa in vetta che ci ha fatto sentire parte di una vita universale, anche se sofferta nelle periferie del mondo.
    Alla prossima!
    Lorenzo e Mariolina

  • Daniele Spero scrive:

    Finalmente ho raggiunto il Cristo pensante (il 30.07.13), dopo molti sogni e preparativi, e tornato dal trekking vorrei comunicare il nostro entusiasmo (ero con mio figlio minore Marco) alpinistico e spirituale, ma anche ciclistico per il duro avvicinamento e la folgorante discesa serale. Toccante la devozione incontrata, non facile avere spazi di solitudine e silenzio, ma siamo rimasti in vetta un’ora e mezza e questo esprime tutto.

    Cristo nudo e con la corona di filo spinato della prima guerra, in parte italiano in parte austriaco, pensa accanto alla croce vuota, ma non prima della croce (sarebbe al Getsèmani), e nemmeno dopo (sarebbe vestito e senza corona), quindi durante la crocifissione. Non il Cristo in forma di pensiero divino, il puro Logos universale originario, bensì il pensiero di Cristo uomo sulla croce che viene rappresentato attraverso il riflesso della sua meditazione sul mondo: totalmente donato al mondo per amore non è più sulla croce, che appare vuota e trafitta dalla luce dello Spirito, ma una sola cosa col mondo che contempla. Il suo totale svuotamento (kénosis) è anche lo svuotamento della croce che anticipa quello del sepolcro. Per la sua assoluta donazione al mondo, e quindi al Padre, Cristo è già risorto sin dalla croce perché, senza togliere nulla alla sua sofferenza umana, il suo pensiero è già oltre la croce, oltre la morte, oltre il sepolcro. Sulle spalle porta un mantello quasi invisibile, è il segno della sua regalità (il dono di Erode): la croce lo ha innalzato trionfalmente ed ora ci appare seduto come sul suo trono alla destra del Padre mentre contempla il creato (v. la passione secondo Gv). Nascosti ai nostri occhi, nelle sue fondamenta, ci sono infine alcuni segni simbolici dei luoghi più sacri della storia cristiana: l’acqua di Lourdes, le pietre di Gerusalemme, del Mar di Galilea, del Colosseo, di Chestochova, di Fatima, di San Giovanni Rotondo e di Pietrelcina. A questi misteri si aggiunge ora una pietra di Medjugorje, incastonata ai piedi della croce, donata da Paolo Brosio.

    Anche la ricaduta antropologica mi sembra molto forte: ho abbracciato il Cristo pensante e la sua corona mi ha punto perché non si può abbracciare Cristo senza essere punti dalle sue spine o trafitti dai suoi chiodi, ognuno di noi è chiamato a vivere la croce, ma la luce dello Spirito e l’amore totale possono svuotarla e illuminarla. Per questo è anche una composizione piena di gioia cosmoteandrica (v. l’intuizione di Raimon Panikkar): contemplazione cosmica del Cristo, luce divina (attraverso la croce) e pensiero umano (kènosis del Logos) che giunge alla sua suprema consapevolezza divina (pienezza dell’uomo). Il Cristo pensante ci invita a seguirlo e, secondo le parole di Madre Teresa di Calcutta, a trovare il tempo di pensare, e pensando capire l’importanza di pregare, e pregando esprimere la gioia del suo incontro nel sorriso: non siamo veri cristiani se non siamo capaci di sorridere (v. Papa Francesco).

    Queste sono solo poche riflessioni da sviluppare (nessuno mi sembra abbia fatto per ora un tentativo sistematico) perché il Cristo pensante introduce ad una nuova teologia della croce ancora tutta da scoprire. Anche per questo il più profondo grazie a Pino!

    Daniele

Lascia un tuo commento

Trackbacks

Lascia un Trackback